Boltag amava il suo lavoro. Lo rendeva fiero. Certo, molti dei suoi conoscenti non avrebbero apprezzato... ma molti di questi erano morti. Boltag no. Lui era ancora "sulla piazza". Preciso, puntuale. Zelante. Amava il suo lavoro. La semplice ritualità dei gesti che accompagnavano la sua attività lo rendevano estatico. Non c'era dubbio alcuno su questo. Tutto era, amabilmente, semplice. E per certi versi poetico. Boltag era sempre stato un romantico. La sua sposa aveva sempre apprezzato questo lato del suo carattere. Certo... forse anche lei non avrebbe capito la poesia del suo lavoro... ma apprezzava l'oro che riempiva la pancia a lei e alla prole. E se Salynda, la figlia maggiore di Boltag, poteva permettersi una dote degna della figlia di un nobile era grazie all'arte del padre. Boltag amava il suo lavoro. Era un artista apprezzato. Annoverava molti nobili e signori nel suo libro clienti... e anche qualche alto prelato. Nessuno sapeva risolvere i problemi come Boltag e la sua silenziosa lama nera.
Non riusciva a credere ai suoi occhi. Non poteva. Non si capacitava. Eppure era palese. Il problema, la piccola “scalfittura” da rimuovere stava accordando una lira. Non era solito porsi domande, Boltag amava la linearità semplice e pragmatica del suo lavoro. Ma questa volta... Questa volta c'era qualcosa che non andava... la situazione era bizzarra. Nascosto dall'ombra della sera l'uomo osservava la giovane donna intenta ad accordare il suo strumento. E non capiva. Un brivido leggero percorse la sua schiena... un brivido non di paura ma di allerta. Qualcosa di strano rendeva elettrica l'aria. Pensò a sua moglie. Penso ai bambini e al matrimonio di Salynda... alla dote dell'amata figlia. Fece un gesto breve e preciso... estrasse la lama nera dal suo fodero ed ad un tratto ne fu certo. Lei sapeva. La ragazza alzò gli occhi dallo strumento e fissò oltre la finestra chiusa. Lo poteva vedere. Sapeva che era li. Il terrore, qualcosa di nuovo e imprevisto investi il cuore pragmatico dell'assassino. Lei sapeva. Ma come poteva? Nessuno.. nessun umano avrebbe potuto vederlo... Eppure lei lo fissava... divertita.
Un altro sciocco. Un altro eroe, un altro guerriero, un altro cercatore di tesori. Un'altra vittima di un destino crudele...Era nascosto dalla notte, e forse dall'Arte, ma lei lo vedeva. Lo sentiva. Sentiva il puzzo del suo cuore umano, il ritmico martellare della sua carne. Lei sapeva. E... divertente... anche lui sapeva. Erano centinaia di anni che non le accadeva di sorridere...Un altro sciocco, vittima di un destino infausto era venuto a trovarla. Forse questa volte avrebbe giocato con lui... poteva valerne la pena..Talinda, come si faceva chiamare ora, sorrise e fisso il povero uomo oltre la finestra...
La vedeva sorridere. Sorrideva per lui, a lui... no, sorrideva di lui. L'uomo era pietrificato dal terrore. Non riusciva a muoversi... non capiva cosa stava accadendo. Ma sapeva che era la fine. Il suo corpo era freddo come la pietra... la mano stringeva cosi forte l'elsa della sua arma che le nocche erano sbiancate. La lama ancora parzialmente protetta dal fodero non emetteva bagliore, nera come la pece in una notte senza luna. Cercò di muoversi, nulla. Cercò di opporsi, di resistere, di gridare... nulla. Boltag era in balia di un potere cosi forte da congelargli il sangue nelle vene. E lei rideva. Ora rideva di lui. Ne era certo. Fu questa l'ultima immagine che l'uomo vide. Una giovane donna che si alzava dalla sua sedia, posava la sua lira e si avvicinava alla finestra... vide le mani di lei alzarsi, come per stringerlo nell'abbraccio caldo di un'amante. Ma quell'abbraccio non aveva nullo di invitante. Nessun amore. Nessun ardore. E ora che li vedeva bene gli occhi di lei non parevano cosi giovani. Erano abissi oscuri. Gridò con tutto il fiato che aveva nei polmoni. Ma nessuno udì quel grido di terrore. Quel grido restò per sempre nella sua testa, solo per lui.
Talinda era divertita da quell'uomo. Cosi impavido e sicuro di se... e d'un tratto incapace di muoversi. Quasi incapace di un pensiero razionale. Già.. nonostante tutto la mente dell'uomo, Boltag lo chiamavano cosi, si rifiutava di piegarsi. Non cedeva. Anzi... cercava la salvezza e... scappava da lei rifugiandosi nel pensiero di una famiglia... una moglie, dei figli... Che tenerezza!
Il Potere che ora si faceva chiamare Talinda e indossava come un abito il corpo di una giovane donna fu colpito da tanta forza di volontà. E dopo secoli intravvide la possibilità di giocare... erano eoni che non si concedeva uno svago, un trastullo.. un balocco. Ed ora eccolo, inaspettato e indifeso... Lo avrebbe solo sfiorato. Un lieve tocco della sua mente gli avrebbe mostrato l'Abisso e corrotto l'anima. Sarebbe bastato un istante, un guizzo di volontà. Sarebbe stato divertente... E così fu, bastò una frazione di secondo e la volontà di Talinda innondò l'anima del mortale, spazzando via ogni cosa. O cosi doveva essere... ma Talinda si era già dimenticata di Boltag... gli dei non si curano delle formiche. E neppure i demoni.
Qualcosa lo stava pungendo... no... beccando... sentiva le zampette della creatura passeggiargli sul petto... Cerco di aprire gli occhi e rimase accecato. La luce del giorno era forte e intensa... il sole doveva essere alto nel cielo... non ricordava nulla. O forse non voleva ricordare. L'ultima immagine che emergeva dal buio del sonno era di quegli occhi... occhi infernali che lo fissavano e lo deridevano... il corvo si accorse che il suo pasto era ancora vivo, e con un verso infastidito volò dal petto di Boltag al davanzale della finestra. O quello che ne restava. Boltag, ancora intontito cerco di alzarsi a sedere... mise le mani su qualcosa di appiccicoso... colloso... i suoi occhi intanto si stavano abituando alla luce del giorno e videro la finestra distrutta come se una fiamma incredibile l'avesse divorata... La sua mente pragmatica aveva registrato l'odore metallico che riempiva la stanza ancora prima di mettere le dita nella pozza di sangue coagulato. Sangue. Ovunque. E non era la cosa peggiore... riconosceva la stanza. Era la cucina della sua casa, poco fuori dal villaggio... abitava al limitare del bosco, con la sua famiglia. Boltag il cacciatore e la sua famiglia... cosi i paesani lo conoscevano. Come colui che cacciava animali e ne rivendeva carni e pelli. Carni e pelli. La mente di Boltag ebbe un sussulto. Meccanicamente si alzò in piedi. Era ancora vestito degli abiti da lavoro... il mantello speciale che aveva acquistato nel suo viaggio a sud, gli stivali neri di ottima fattura. E la sua cintura nella quale portava nascosta la sua lama nera... la sua lama nera non c'era più. L'uomo era scosso dai tremori. La sua mente si rifiutava di evocare i ricordi della notte precedente (occhi che lo deridevano) ma la sua anima temeva. E il suo intuito sapeva. Corse sul retro della casa, nel capanno che usava per l'attività di scuoiatore... Il suo stomaco non resse. E neppure la sua mente, si frantumò come un delicato manufatto di cristallo si infrange al suolo. Mentre gli occhi di Boltag fissavano gonfi di lacrime e orrore i corpi scuoiati dei suoi cari e le loro pelli stese ad essiccare, la sua gola si contorse in un grido disumano così forte da lacerare l'anima dell'uomo e colmare di terrore chiunque l'avesse udito.
Il grido di dolore, inumano e agghiacciante, si affievolì. Ma venne sostituito da qualcosa di ben peggiore... una risata gracchiante e stridula che non poteva nascere dalla gola di un uomo. Eppure chiunque avesse osservato la scena questo avrebbe visto: un uomo in ginocchio davanti ad un indescrivibile scempio di corpi che ridendo alzava le mani al cielo... mani ancora sporche del sangue delle sue vittime. Mani che... sprigionavano un bagliore oscuro e violento che crepitando nell'aria spargeva un odore rivoltante...
Era successo qualcosa a Boltag. La sua anima gli era stata strappata. Ma la sua forza di volontà ancora teneva insieme i cocci tagliente che un tempo erano l'uomo, il padre, il cacciatore, l'assassino... Qualcosa aveva mandato in frantumi l'anima di Boltag. Ma l'uomo non aveva ceduto senza lottare, e senza trattenere qualcosa in pegno.
La stridula maligna risata durò poco. Il corpo dell'uomo non potè sopportare oltre, vacillò e poi svenne.
Fu un sonno denso di incubi, di occhi che lo fissavano e di sangue. Un sonno fatto di orrori che non concedevano dubbi ne tregua. Dopo molte ore l'uomo si destò nuovamente, devastato dalla consapevolezza del suo gesto ma consapevole di chi ne era il reale colpevole. Molte cose erano ancora oscure nella sua mente. Troppe domande non avevano risposte. Ma aveva un nome. Talinda. E sapeva da dove iniziare per cercare le risposte: il giovane sacerdote di Ilmater che aveva pagato per la testa della ragazza...
Prima di andarsene Boltag preparò le pire funebri per i resti dei suoi cari. Raccolse i pochi oggetti di valore che possedeva e diede fuoco a quella che un tempo era stato il suo luogo felice. E che ora, come tutta la sua vita, sembrava essere appartenuto ad un altro uomo...
La pioggia incessante riempiva il sentiero trasformandolo in un fangoso torrente di montagna... l uomo, un'ombra silenziosa, si muoveva con agilità seguendo la mappa che il suo istinto tracciava per lui. aveva fretta. aveva urgenza di lasciarsi alle spalle quelle terre... e con esse il suo passato. Forse la sua stessa umanità... qualcosa di oscuro cresceva dentro il suo cuore... qualcosa di tetro stava colmando di tenebra mente di Boltag
Le traccie del sacerdote non erano difficili da seguire per Boltag. Era abituato a cacciare prede. Prede ignare, come quel chierico. Era colpa sua se la sua vita era stata spazzata via... Boltag ne era certo, sentiva la rabbia ribollire dentro di lui... e non era più solo rabbia. Da quando aveva dato fuoco alla sua casa e si era diretto verso nord, le sue notti erano tormentate e le sue giornate non erano da meno. Spasimava, quasi, al pensiero di raggiungere il sacerdote di Ilmater che gli aveva commissionato il suo ultimo lavoro. E più si sentiva a lui vicino più la sete di sangue aumentava... in modo pericoloso, innaturale. Boltag si era sempre considerato un uomo meticoloso. Ora invece bramava il disordine... un impulso che a stento tratteneva lo guidava verso Nord, oltre la foresta di Wealdath, nelle terre di Amn.
Fratello Cashlin sapeva di aver fallito. Sapeva anche che il suo errore di valutazione era costato la vita di povere anime innocenti E anche che il cacciatore da lui inviato per uccidere la giovaneTalinda era arrivato tropo tardi. Non c'era tempo da perdere, doveva raggiungere in fretta i suoi compagni nel cuore della foresta degli Elfi. Lì, protetto dagli antichi alberi, avrebbe incontrato chi poteva guidarlo verso la salvezza. E forse avrebbe trovato il modo di salvare quello che restava del cacciatore e della sua povera anima.
Boltag sapeva di essere vicino. Sentiva la sua preda... ne sentiva l'odore nell'aria. Le notti precedenti non era riuscito a dormire. Una forza, una costanza quasi inumana lo aveva trascinato oltre la fame e il sonno per fargli ridurre sempre di più la distanza con quel maledetto prete. A volte, sempre più raramente ormai, una voce proveniente dalla sua vita passata cercava di calmarlo. Gli parlava nella mente, o forse no. Boltag non era certo di questa cosa, non era importante, erano solo dettagli. Ora la cosa importante era raggiungere il prete. Fratello Cashlin. E fargli maledire il giorno in cui le loro strade si incrociarono. Ma cosa cercava di dirgli quella voce? Faticava a ricordarlo, faticava ad ascoltare il flebile sussurro della voce di sua moglie nel caotico divampare di ira che lo travolgeva. Sentiva solamente la furia in lui. La bramosia, animale, di stringere il collo di Cashlin fra le dita e togliergli la vita... fargli assaggiare la sua lama... Eppure la voce nella sua testa continuava a parlargli. Gli diceva di fare attenzione. Non non diceva quello. Lo implorava di trattenere la sua rabbia. Di stringersi con forza alla razionalità. Di cercare di capire. O forse lo implorava perché vendicasse con ardore la sua morte e quella dei loro figli? Boltag era confuso. Era esausto e la sua mente era accecata e... e qualcosa di famelico cresceva dentro di lui. Doveva calmarsi. No doveva punire Cashlin. Doveva capire. No, non c'era nulla da capire. La sua mano sapeva cosa andava fatto. E la sua lama nera era già pronta ad eseguire un nuovo, impeccabile lavoro.
Mancavano poche ore di cammino. Il chierico di Ilmater di era fatto sempre più imprudente. Al limitare della foresta si era fermato per più tempo. Come ad aspettare un segnale prima di addentrarsi tra gli antichi alberi di Wealdath.
Quando la notte stava calando Cashlin era ancora al limitare della foresta. Non era saggio restare li, la radura non offriva alcuna protezione da occhi indiscreti. Ma ancora meno saggio sarebbe stato addentrarsi tra gli antichi alberi senza essere scortato dagli elfi che li abitavano. Il sacerdote sapeva che presto sarebbero arrivati i ranger Elmanesse. E con un po' di fortuna prima del prossimo tramonto avrebbe varcato i cancelli di Mosstone. Alzò gli occhi al cielo, scrutò le stelle e attese un segno, lo cercò nella volta celeste e inizio le sue preghiere a Ilmater. Ed il segno giunse, era di acciaio nero.
Boltag era euforico. Pervaso da un'eccitazione primordiale. Sentiva il sapore di metallo freddo in bocca. Quello stupido prete stava li, impalato, a fissare il cielo... del tutto incurante di tutto quello che lo circondava. Degli occhi che lo scrutavano. Boltag alzo il cappuccio del suo mantello, e inizio a muoversi verso la sua preda. La notte lo avrebbe nascosto e protetto. Era un'ombra tra le ombre. Era a pochi metri da fratello Cashlin. Sentiva le sue orazioni. Estrasse la sua lama nera e sent' la voce di sua moglie, la sua amata sposa. Proveniva dalla lama... abbasso gli occhi e vide sul suo nero acciaio il riflesso del volto di lei, lo guardava con degli occhi intensi e strani... quegli occhi gli chiedevano vendetta. Una sanguinosa vendetta. Scivolò alle spalle del chierico e con maestria affondò la lama (sua moglie?) nelle carni di quel mostro. Una volta, due volte, molte volte.
Cashlin era un giovane solido. Di costituzione robusta. E nonostante la furia dei colpi di Boltag non morì. L'uomo ne fu felice. Deliziato. Rapidamente estrasse i suoi attrezzi da scuoiatore. Legò l uomo a dei paletti conficcati nel terreno. Si mosse velocemente. Strappò le vesti del prete, ed espose il suo torace. L'affilata lama di Boltag scorreva rapida e precisa sulla pelle del suo nemico, asportò il grande tatuaggio con il simbolo sacro dell'uomo, lasciando una grande ferita sanguinante al suo posto. Lo sollevo oltre la sua testa...e lo fissò a lungo. I suoni della natura popolavano la notte quando Boltag si decise a prendere una pausa dal suo lavoro. Molti trofei erano già stati raccolti. Quella notte avrebbe dormito profondamente. Ne era certo.
Loralint uscì dalla foresta seguita dai suoi due compagni. Tutti e tre erano ranger della tribù degli Elmanesse, ed erano avvezzi alla guerra. L'elfa aveva lottato contro gli umani e altri mostri per secoli ma lo spettacolo che li accolse nella radura era qualcosa di troppo brutale per non essere frutto della follia. Dovevano incontrarsi con un sacerdote e poi scortarlo fino a Mosstone e invece trovarono un uomo gravemente ferito legato a dei paletti conficcati nel terreno, come una pelle di animale stesa ad asciugare al sole. Con un gesto Lorakint fermò i suoi uomini e comandò loro di verificare l'area. Il sole sorgeva mentre i due ranger si allontanavano silenziosi. L'elfa invece si diresse verso il prigioniero.
Una donna, una giovane donna in armatura, stava armeggiando accanto al prete. Boltag si era svegliato presto, come di sua abitudine, e si era allontanato per controllare la zona. Non gli piaceva l'idea di trovarsi in una radura sotto gli occhi di tutti. La stava osservando da lontano e ne valutava le mosse. Non certo dalla foresta, non era uno sciocco e conosceva le storie dei pericoli legati a quegli antichi alberi, ma da una posizione comunque sicura. Stava guardando la guerriera liberare Cashlin... l'uomo era ancora vivo, l'orecchio allenato dell'assassino poteva sentire i suoi, dolci, lamenti mentre la donna lo liberava. Si parlavano. In una lingua che Boltag faticava a capire, probabilmente elfico. Ed ecco svelata l'identità della donna. Doveva essere una dei guerrieri che proteggono la foresta. Una delle guide che scortano i viandanti lungo gli altrimenti pericolosi sentieri tra gli alberi. E dunque gli elfi erano alleati di quel maledetto prete... Istintivamente la mano di Boltag si strinse sull'elsa della sua lama... le nocche divennero bianche prima che l'uomo riuscisse nuovamente a controllarsi "Elfi maledetti, lurida puttana dalle orecchia a punta". Fu solo un singolo, astioso, mormorio. Ma tanto fu sufficiente a tradire la posizione dell'uomo. La guerriera scattò in piedi e inizio a perlustrare con lo sguardo l'area circostante, e ancor prima che Boltag potesse prepararsi allo scontro, o alla fuga, emise un suono. Simile al verso di un uccello, quasi un canto. E poco dopo altri due guerrieri sbucarono dal nulla. Come ombre silenziose. Probabilmente erano sempre stati lì, nascosti nel loro ambiente naturale. Boltag non amava lo scontro diretto e sapeva bene valutare i rischi. Poi udì la voce. Sua moglie, la sua lama, gli disse che non poteva lasciarsi portar via il prete senza reagire. Piangeva mentre lo implorava. E dopo anni di silenzio, sentì flebile un'altra voce. Era il suo maestro di morte. Gli ricordava l'importanza della prudenza... della tattica. Ma quella voce venne rapidamente oscurata dal pianto di sua moglie. L'assassino si mosse furtivo, veloce, estrasse l'arco corto e in brevissimo tempo fu pronto a scoccare una, due, tre frecce. Le prime due andarono a segno cogliendo di sorpresa gli allibiti guerrieri elfi. Ma prima che lui potesse scagliare un nuovo mortale attacco l'elfa reagì. La natura stessa reagì attaccandolo...
L'assassino non credeva ai suoi occhi. Nonostante i suoi sforzi sembrava che la terra stessa lo volesse imprigionare. Stava ancora correndo, o almeno cercava di correre, verso il suo bersaglio ma l'erba intorno a lui cresceva a dismisura afferrandogli le gambe e le braccia... Sentiva dentro di se le grida di dolore (rabbia?) della moglie risuonargli come grida disarticolate, voleva combattere ma non poteva. L'erba cresceva in lacci e corde che lo bloccavano a terra. Ormai giunti oltre le ginocchia i calappi gli cingevano la vita. Era impotente dinnanzi a quell'attacco. E ancora una volta, oltre la sua volontà vide occhi femminili deriderlo. O forse lo compativano? Era lì, bloccato da quel sortilegio, impotente. L'arco gli cadde di mano... e la guerriera inizio un nuovo sortilegio. Boltag sentiva vicina la fine, ma non poteva accettarlo. Si ribello con tutte le sue forze... ma tutto sembrava vano. Poi udì di nuovo quella voce provenire da una parte della sua anima cosi profondamente nascosta. E fu libero! Riuscì a liberarsi dalla morsa della natura e balzò rapidamente verso la sua nemica, estrasse la lama nera e fu pronto a scagliare l'attacco mortale... fu solo un secondo, a pochi passi dalla gola dell'elfa, il braccio proteso pronto a colpirla ma non ci riuscì. Fu avvolto dalla luce, una luce accecante. Qualcosa lo colpì con una forza innaturale e il suo corpo fu scagliato lontano. Silenzio intorno a se. Dentro di se. E dopo pochi istanti, a lui parvero un tempo interminabile, si rialzò. Era stato scagliato ad alcuni metri di distanza, stava cercando di capire cosa fosse successo, dove fosse finita la sua lama nera quando fu nuovamente colpito. Una serie di frecce lo trafissero. Una, due, tre, molte volte. Cadde in ginocchio. Sentiva la vita scivolargli via ma non poteva permetterselo. Aveva un compito da portare a termine... pensieri di collera e vendetta, di odio e di amore attraversarono amari e rapidi la mente di Boltag. Poi l'uomo cadde al suolo. Il viso tra l'erba. La carne trafitta. E fu il buio.
Loralint si mosse veloce verso il corpo svenuto del suo nemico. Non voleva correre rischi, aveva visto uomini crollare per ferite meno gravi ma in quell'umano c'era qualcosa di oscuro, qualcosa che lei sentiva il bisogno di cancellare rapidamente. Era ormai sopra di lui, la spada estratta e pronta a infliggere il mortale colpo di grazia quando dalla sue spalle giunse un flebile, ma deciso, comando: "NO".Era il prete, Cashlin aveva ripreso i sensi e si stava faticosamente alzando. Le ferite sul suo corpo e sul suo viso erano aperte e luccicanti di sangue scuro. Eppure, nonostante il dolore, le stava chiedendo di graziare il suo carnefice."Loralint, fermati. Egli è innocente" e con un mormorio aggiunse "... è solo colpa mia".L'elfa osservò Cashlin. Poi osservò l'uomo riverso a terra morente. Giudicò che comunque non sarebbe sopravvissuto tanto da tornare ad essere un problema. Il sacerdote invece doveva essere riportato in fretta a Mosstone. O non avrebbe visto un altra alba. Lascio l'assassino dove si trovava e si diresse verso Cashlin. Li attendeva un viaggio impegnativo...
L'uomo stava tornando a Sud. Erano passati anni dagli eventi che avevano cambiato la sua vita. Aveva viaggiato, cercato, scrutato. E ora, come uno dei tanti pellegrini della Long Road, si lasciava il Nord alle spalle... Ad Amn gli avevano promesso molto, e molto gli avevano dato. Soprattutto la possibilità di dimenticare... o meglio di non pensare. Ma era tempo di tornare. Lei era tornata. Qualcosa stava accadendo e lui doveva esserci.
Viaggiava leggero, una bisacca e poco altro. Il vero fardello pesava sulla sua anima. E nella sua testa. La lama aveva sete, costantemente, e parlava. Senza sosta. Il sole era alto... Boltag osservo il cielo e per un attimo pensò alla sua scatola di ricordi. Un ricordo per ogni incontro. In una bella scatola di legno. La scatola... uno dei primi ricordi... strappata dalle mani di quell'elfa... Il primo di tanti.
Un cavallo lanciato al galoppo lo distolse dai suoi pensieri. Se non fosse stato per il suo istinto ne sarebbe stato travolto. Qualcosa stava accadendo. Era tempo di andare a Sud

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