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domenica 28 ottobre 2012

Per colpa di un bene supremo...

Aveva seguito le tracce del sacerdote per giorni. Questa volta, se lo sentiva, non sarebbe sfuggito. Questa volta lo avrebbe avuto fra le mani e nessun elfo lo avrebbe salvato. Non questa volta!

Viaggiava leggero, non sopportava appesantirsi con zaini o altri inutili fardelli. Si era mosso nell'ombra silenzioso e attento a non lasciarsi individuare.

La sua preda, al contrario, sembrava non preoccuparsi di essere seguita. Evidentemente non si sentiva minacciata. Povero prete sciocco... Anche lui viaggiava sa solo... un'opportunità che Boltag non poteva lasciarsi sfuggire.

I primi giorni di viaggio furono semplici e passarono rapidi nella monotonia della routine. Sveglia presto, osservare il prete pregare, e rimettersi in viaggio fino a sera. E cosi via per almeno due settimane. Il prete sembrava diretto verso nord, senza fretta ma neppure senza il desiderio di perdere troppo tempo.
Fu dopo venti giorni di viaggio che Boltag inizio ad essere dubbioso. Era un viaggio lungo, e il sacerdote era solo. L'uomo non era uno sciocco ed era abituato a fidarsi del suo istinto. Se Cashlin i sentiva sicuro nel viaggiare da solo questo voleva dire solo una cosa: i favori del suo dio lo tenevano al riparo di ogni minaccia. O cosi credeva lui. La notte seguente Boltag ne ebbe la prova.
Il sacerdote stava dormendo. L'uomo silenzioso si avvicinò a lui... nel silenzio più totale come un'ombra eterea Boltag calò sulla sua preda...
La lama nera colpi in profondità la carne del prete... tanto a fondo da innondare di sangue anche il braccio dell'assassino. Un colpo ferale che avrebbe ucciso il più robusto dei guerrieri. Ma non fu sufficiente a fermare il cuore di Cashlin. Urlò e si divincolò con una rapidità e una furia inumana... L'impeto della reazione del sacerdote travolse Boltag che finì a terra.

In meno di un secondo i due uomini si stavano fronteggiando... finalmente faccia a faccia.


"Mastro Boltag, ancora tu... cosa fai? cosa ti porta qui?"
"Lurido cane traditore! Non immagini il motivo della mia presenza?", ma Boltag percepì qualcosa di strano nella risposta del suo nemico. Dubbio? Tristezza? Non perse tempo e si avventò nuovamente contro il prete disarmato.
"Boltag! Fermati! non costringermi ad ucciderti!"
Ma all'assassino quelle parole suonarono vuote e stupide. La sua lama cerco la carne di Cashlin più volte in rapida successione e lo colpì. Più volte andò a segno. Più volte colpì il corpo della sua preda.

Ma tutto sembrava inutile. Il prete era sempre in piedi, sembrava immune al morso dell'acciaio.

E all'improvviso Boltag udi il fragore del tuono ed il cielo che ra limpido si fece cupo e nero. Le stelle furono oscurate e il potere del dio di Cashlin si scatenò su di lui. Fu colpito da un fulmine la cui forza fu tale da fargli perdere l'arma e inchiodarlo al terreno.

Boltag era stupito e inebetito dalla forza che si era scatenata contro di lui. L'uomo era davvero protetto da qualcosa che Boltag non avrebbe potuto sconfiggere... non ora. Non in questa nottata. L'odore dei suoi abiti bruciati e della sua pelle annerita lo lasciavano indifferente. Era il timore di non poter portare a termine la sua missione che lo faceva sentire morto dentro.

Cashlin si avvicinò a lui. Si avvicinò con modi gentili e paterni. Boltag era in ginocchio a terra... non aveva la forza di alzarsi. Il prete si avvicinò a lui "Boltag, mi rammarico per come la tua vita si stata trasformata da un mio errore di valutazione. So che non puoi capire quello di cui sto parlando. Ho cercato di far fare a te quello di cui io avevo timore. Ed il mio peccato mi perseguiterà per sempre. Il sangue della tua famiglia è sulle mie mani. Non sulle tue. Quanto è accaduto è accaduto per un bene supremo".

A Boltag quelle parole sembrarono vuote. Cercava di prendersi gioco di lui? Cosa voleva, cosa aveva mai voluto il sacerdote da lui?

"Non posso darti le risposte che cerchi. Ti posso solo dire di dimenticare. Lascia tutto questo alle tue spalle" E si voltò per andarsene. Boltag raccolse tutte le sue energie e balzò contro l'uomo, estrasse un'altra lama e lo pugnalò più volte. Il sacerdote non poteva muoversi. Non poteva fare nulla schiacciato tra il terreno e il peso del suo aggressore. Questa volta i colpi di Boltag ebbero l'esito ricercato. La furia con cui l'uomo colpiva era la furia del padre che aveva visto i corpi dei suoi figli dilaniati. Era la feroce del marito che vendicava la morte dell'amata sposa.
Ma Cashlin non voleva certo morire. E alla fine trovò la forza di divincolarsi e scalciando via l'assassino guadagno spazio... e prima che la belva fosse di nuovo su di lui invocò di nuovo il potere che lo proteggeva...

Boltag fu avvolto da una luce acceccante e il mondo gli fu nascosto. Percepì solo il taglio di mille lame che lo ferivano in profondità.. urlando e maledendo il suo nemico cadde a terra.
Al suo risveglio non c'erano tracce del prete. Nessuna. Boltag cercò di alzarsi ma ci riuscì a fatica. Il suo copro era coperto di ustioni e profondi tagli. Sentiva la morte che veniva a riscuotere il suo pegno.
E la promessa di un riposo eterno quasi lo allietava... avrebbe rivisto forse la sua famiglia.. sua moglie... E fu questo pensiero a ridargli forza. Non poteva morire. Non poteva presentarsi al cospetto di sua moglie senza potergli fare dono della testa di Talinda e di Cashlin.

Si alzo da terra, a fatica e barcollando raccolse la sua nera lama. Su di lei c'era ancora traccia del sangue di Cashlin... del corpo invece nessuna. Era scappato. Vile codardo. Ma lo avrebbe trovato. Non oggi, forse non domani. Ma la sua testa avrebbe fatto parte della sua collezione.

giovedì 25 ottobre 2012

In fuga nel buio...



Eleint, giorno 29 1372DR

Il fetore dei cunicoli fognari ha impregnato i miei abiti e la mia carne... E' la degna fine di una giornata completamente sbagliata. Ore passate in fuga, una fuga disastrosa e solitaria. Me ne devo rendere conto. Loro sono solo degli stupidi e degli ingenui. Farei meglio a muovermi da solo?
Fino a pochi minuti fa, mentre correvo per quei maledetti e puzzolenti tunnel ne sarei stato certo... Ora no, l'uomo di Torm mi ha parlato. E mi ha dato informazioni importanti.


Qualcuno mi segue. Ma chi? Non ha saputo dirmi nulla... Ed è difficile per me immaginare quale dei miei nemici mi stia inseguendo. Ha parlato di due uomini che lo hanno interrogato durante il suo "sfortunato" incontro notturno. E di una terza persona... non ha saputo dirmi se uomo o donna... solo che il male che emanava era tangibile e profondo. Forse siamo giunti all'incontro finale? Forse sono riuscito ad attirare l'attenzione di Talinda? O forse... Non mi piacciono questi interrogativi. Dovrò parlare ancora con quell'uomo. Ora sono in debito con lui. Mi considera un "compagno". Sciocco. Ma... ecco un'altra cosa che non mi piace... essere in debito con qualcuno.

Ora però altri problemi vanno affrontati... Devo riflettere.


Scrivere queste pagine è un buon modo per raccogliere i pensieri. Sto rischiando molto, ma sono in disparte e non mi vedranno. So nascondermi.


Sono stanco, stanco di questi "compagni" che si ostinano a muoversi senza meta e senza grazia. Sono... confusi e imprecisi. Insopportabilmente imprecisi. La giornata di oggi ne è l'ennesima prova... e non serviva di certo. Devo raccogliere le idee...



Stamane al nostro risveglio l'uomo, Castiel, non era ancora tornato. Non che mi importi di lui ma devo fare attenzione a mascherare i miei interessi reali. Gli altri, ovviamente, erano preoccupati e, nonostante i malumori della giornata precedente, qualcosa li ha spinti a far fronte comune. Anche se, era palese, qualcosa si è irrimediabilmente incrinato tra l'elfa e il capitano. E questo è un bene. L'avevo avvisata ed ha assaggiato l'amara bevanda che è l'elfa. E... gli eventi della giornata non hanno fatto che precipitare.

Ma voglio andare con ordine, mi aiuta a capire.

Le guardie erano ancora a piantonarci al piano terra della locanda. Altre guardie, fanno i turni... ci vogliono tenere d'occhio. Ma perchè? Cosa sanno davvero? Tutto questo non credo sia motivato solo dall'arrogante comportamento di Calypso e dell'orco. Troppo dispendio di energie solo per punire una lingua lunga.

Sono uscito da solo dalla taverna, dopo che la donna ha ottenuto, dall'oste,  informazioni in merito alla
prostituta. L'idea, semplice, era di andare alla sua abitazioni ed interrogarla... gli altri mi avrebbero raggiunto.

Senza problemi ho raggiunto il mercato e qui ho commesso uno sciocco errore. Ho cercato di rubare un medaglione... un ricordo di quanto avevo fatto centinaia di volte per Cathline... ma devo essere arruginito e il mercante mi ha visto. Ho cercato di imbrogliarlo ricorrendo alle parole segrete che mi ha detto l'oste. E ho scoperto che l'oste non mi mentiva, una organizzazione segreta o qualcosa di simile controlla le attività illegali e hanno un codice segreto. Purtroppo, altra cosa che ho scoperto, ne conosco solo una parte... troppo poco per intimidire il mercante. E quindi... ho dovuto correre... e per tutto il giorno ho corso. Solo ora posso riposare. Ma non ancora.


La mia fuga è stata semplice, nonostante molte guardie mi stessero inseguendo sono riuscito a nascondermi in una stalla e ad uscirne non visto. Le guardie non hanno visto il mio volto e ho cambiato i miei abiti... resta il problema del mercante... questa città inizia ad andarmi stretta.


Uscito dal mio nascondiglio ho incontrato Calypso e l'elfa... Del paladino ancora nessuna notizia e ci siamo diretti all'abitazione della donna con cui aveva appuntamento. Arrivati li non ho potuto credere alla mia fortuna...

Era li, seduta sul bordo del suo letto, modesta e dimessa come sempre. Piangeva. Falsa puttana maledetta. In silenzio mi sono avvicinato e prima che potesse reagire  la mia lama nera le mordeva il collo.
Questa volta non si sarebbe presa gioco di me... no... non ero più lo sciocco di un tempo. Non sono più l'uomo di un tempo. Ho tenuto i miei occhi lontani dai suoi ed ero pronto a porre fine di nuovo alla sua vita ma... il Capitano ha voluto interrogarla. Fremevo... ancora ora al solo pensarci sento i muscoli tesi pronti a colpire... ma ho dovuto controllarmi.

Calypso ha iniziato a porgli le solite domande... solite domande a cui quell'essere immondo sicuramente ha risposto con menzogne mentre rideva di noi... di me! Ed ecco, la fortuna di nuovo mi ha assistito.
L'elfa ha iniziato a mettere a soqquadro la stanza alla ricerca di denari o altri beni. La sua avidità le è costata la fiducia del Capitano e le due donne hanno iniziato a litigare... fino a quando E'lara ha manifestato il suo potere di demone per uccidere Calypso. La mia lama nera ha posto fine alla minaccia con un colpo quasi mortale che ha fatto fuggire quell'abominio... Alla fuga dell'elfa è seguito il caos. Calypso era pronta ad ucciderla ed è tornata ad interrogare la ns preda. Ed io... io non potevo resistere oltre. Era evidente che Talinda stesse manipolando il Capitanto per convincerla di chissà quale bugia. Ancora poco e forse l'avrebbe convinta non solo di essere una povera innocente cameriera ma addirittura della mi colpevolezza o chissà cos'altro. Non ho esitato. Non ho atteso oltre e ho portato via quella sua inutile vita.

Ovviamente a Calypso questo è parso... criminale. Capirà. Non era il momento di spiegarle ma lo farò e capirà. Non è stupida. E lontano dalla magia di quel demone avrò modo di spiegarle che so cosa faccio. Che  già in passato ho ucciso quella creatura e che continuerò a farlo fin tanto che lei continuerà a varcare le porte dell'inferno per tornare tra gli uomini. Niente mi impedirà di compiere la mia vendetta!


Abbiamo abbandonato il corpo senza vita di Talinda, e ho simulato un furto nella sua abitazione per depistare  eventuali guardie... intanto Calypso non smetteva di fare domande... dannazione quanto tempo perso... perchè non capisce? Perchè nessuno capisce?



E mentre scappavamo ecco arrivare Marcus... il monaco.. un altro sciocco chiacchierone che, non solo ci ha fatto perdere tempo ma poco dopo ci avrebbe tradito richiamando su di noi l'attenzione della milizia!





Arriviamo alla locanda. E qui l'elfa sta cercando di convincere il "ritrovato" uomo di Torm della ns pazzia. Noi.. PAZZI!! Maledetto demonio!
E un'altra volta i miei pugnali l'hanno colpita e quai uccisa... e mentre Calypso la immobilizzava... Caos! Nuovamente! Nel giro di pochi secondi la lama di Castiel era puntata alla schiena del Capitano, il monaco mi colpiva per poi scusarsi! Il tutto mentre il nano e l'orco inebetiti ci fissavano senza capire. E... le guardie giungevano a circondare la locanda.



Dalla finestra della nostra stanza Calypso ha visto la confusione in strada. Guardie ovunque. Urgeva, nuovamente, agire.

L'unica possibilità è stata scappare dalla finestra. Inizia cosi una fuga roccambolesca e quasi ridicola, a causa dell'orco che ha ben pensato di sfondare una porta attirando su di noi l'attenzionne, appena sviata, di tutti!

Il gruppo a questo punto si sfalda nuovamente, mi viene da ridere al solo pensarci come gruppo... eppure è cosi che gli altri si ostianano a chiamrci...

Non so cosa fecero gli altri... io,  l'uomo e il Capitano siamo scappati in cerca di una via di fuga inseguti da una dozzina di armigeri. Ed eccola... la salvezza... una grata per accedere alle fognature! Ma Castiel ci ha tradito... non ci ha aiutato a sollevare la pesante grata e mentre io e Calypso inutilmente tentavamo di aprici una via di fuga le guardi ci circondavano. Era ora di uccidere. E cosi fu. Gli uomini che ci hanno attaccato non erano all'altezza delle nostre lame e uno dopo l'altro sono morti... il tempo di raccogliere due delle loro tuniche e siamo scappati, feriti ma vivi, nelle fogne.




Il paladino è impazzito non appena si è reso conto di essere, letteralmente, nella merda. E ha iniziato a correre. Correre senza senso, senza meta senza... senno. Un folle che ci ha costretto a inseguirlo e a cercare di fermarlo... L'orco era con noi ma ha deciso di scegliere una sua strada. Non ho ancora parlato con lui ma... dovrò farlo. O meglio... farò in modo che sia Calypso a preoccuparsi del "gruppo"...  dopo quanto mi ha detto Castiell io ho altro di cui preoccuparmi.

Per ore abbiamo corso in quei putridi budelli maleodoranti. Per ore fino a giungere al mare. Qui, dove ora mi trovo, possiamo riposare. Ed è quasi dolorosa la sensazione di area pulita che mi innonda i polmoni. Ci vorranno giorni per toglere questo odore dai nostri corpi. Spero solo che le guardie non abbiano dei cani. O nulla ci permetterà di scappare.



Sono ferito... e stanco. Stiamo organizzando i turni di guardia. Abbiamo ritrovato il nano e l'orco. Degli altri nessuna traccia. Siamo da poco riuniti e.. e già iniziano gli scontri. Il nano e Calypso hanno visioni diverse... l'uno non accetta l'autorità dellaltra e lei.. lei parla troppo... Castiel mi ha rivelato delle informazioni preziose... sono restato sul vago ma devo decidere cosa dirgli.. e devo spiegare a Calypso il rischio che ha corso.. deve capire che le ho salvato la vita uccidendo la finta cameriera...

Dei rumori... qualcuno si sta avvicinando.. meglio riporre il diario.. ho molto su cui riflettere: le guardie, vecchi nemici, Calypso, Castiell...e un gruppo di sciocchi e pericolosi compagni che rischiano di farmi uccidere. Non posso permettermelo. Ho una sola vera opzione. Trovare in fretta questo "fantomatico" pittore e tornare alla dimora del conte. Forse allora sarò libero di tornare alla mia vera missione.

martedì 23 ottobre 2012

Vite per una vita

Vedeva i suoi occhi riflessi su di lei.
Li vedeva e vedeva il suo sguardo. Era intenso. I suoi occhi verdi guardavano la lama e in essa si specchiavano. L'uomo era perso nei suoi pensieri. E... stava commettendo una imprudenza. Ma questo non gli importava.

Intorno a lui il silenzio pesava come piombo e riempiva le sue orecchie come un oleoso abisso nero. Nero come la sua anima. Nero come i suoi desideri e le sue pulsioni.

Aveva perso il contatto con il mondo che lo circondava. Ad un tratto lui non sapeva dove si trovava.
Già... dove si trovava?

Nell'oscurità della stanza Boltag non era solo. Accanto a lui riverso sul pavimento il corpo dell'altro uomo giaceva immobile. Immobile e privo di vita. Il cadavere quasi freddo sembrava una statua. Una statua grottesca.

Boltag lo aveva cercato e lo aveva trovato. Lo aveva cercato e inseguito e alla fine trovato. Lui, come un lupo affamato, aveva raggiunto la sua preda e... aveva affondato le sue zanne... la sua lama... in profondità nella carne di quell'uomo. E gli aveva portato via la vita.

E all'improvviso Boltag aveva visto lei nella sua lama, nei suoi neri riflessi di morte lui aveva visto Lei.

Non poteva aveva credere ai suoi occhi. Non capiva... non poteva. Eppure... non era la prima volta che Lei tornava da lui. Aveva sentito la sua voce. Aveva udito il suo sorriso ma... mai aveva visto i suoi occhi ne la sua bocca o il suo viso. Ma ora. Lei era qui. Era nella lama.

Boltag più di una volta aveva dubitato della sua sanità mentale. Non era da lui dubitare di se. Eppure più di una volta la gioia con cui aveva accolto il suono della voce della moglie era stato rapidamente sostituito dalla sensazione di vacillare. Si... la lenta inesplicabile sensazione della sua mente che scivolava via da lui.

Ora però sapeva di non essere impazzito. Sapeva. Ne aveva le prove. Non capiva come ma... Sua moglie era ancora con lui. Non solo nei suoi ricordi o nella sua mente. No... lei era qui! Tangibile... presente... viva?

Forsse. O forse era solo uno spettro? A Boltag non importava. Lei le aveva parlato dalla sua lama. Le aveva sorriso dalla sua lama. E ora... nella sua lama era comparsa. Lo aveva guardato. Gli aveva sorriso...Gli aveva parlato e... Lo aveva ringraziato.

Il chierico di Ilmater era ormai freddo a terra. Era un vecchio... non era Cashlin ma apparteneva alla stessa chiesa. Pregava lo stesso dio.. e per Boltag questo era sufficiente. E a quanto pare lo era stato anche per la sua sposa. Alla lama era bastato assaggiare il sangue di quell'uomo e strappargli la vita per dare vita alla donna. Per un minuto. Un breve minuto nel quale Boltag aveva potuto rivederla. Riascoltarla. E sentire che lei era ancora con lui. E ora lei sapeva. Sapeva chi era davvero il suo sposo e... lo accetttava... lo amava ugualmente. Forse di più? Boltag lo sperava...

L'uomo si alzò in piedi. Lei se ne era andata. Fissò il cadavere, si chinò e raccolse un ricordo, un frammento della pelle dell'uomo per il suo scrigno di legno... Boltag si sentiva... grato. Ora sapeva cosa poteva farla tornare da lui... ora sapeva che ogni vita portata via avrebbe dato vita alla sua sposa. Ogni goccia del sangue dei suoi assassini avrebbe riportato Cathline da lui. Nulla avrebbe fermato la sua lama nera. Nulla poteva impedire all'uomo di portare a termine la sua missione.

Boltag si allontanò dal corpo senza vita... uscì dalla stanza e si nascose nell'ombra del corridoio... e sorrise. 

venerdì 19 ottobre 2012

Lei sa!

Indubbiamente era stata una settimana estenuante.
Ma ora l'uomo sembrava sereno e felice, uno dei tanti viandanti che si erano avvicinati alla città durante la notte... Era uno dei tanti volti anonimi, viso con una barba leggermente incolta e il capo rasato da poco... Il suo mantello grigio lo proteggeva del vento freddo ma aveva deciso di abbassare il cappuccio per godersi la frizzante aria del mattino. Il Nord sapeva essere pericoloso con la sua morsa gelida ma all'uomo piaceva sentirne il morso sul viso. Lo faceva sentire... vivo.

Era giunto alla città alle prime luci del giorno, mescolato ai molti viandanti e  ai mercanti che si muovevano celeri e affacciendati per portare i propri beni in mostra al mercato. La vita brulicava frenetica anche in quel posto cosi ostile all'uomo.

Mescolato a questa gente, l'uomo si muoveva con calma serafica. Lui non aveva fretta. Aveva già portato a termine il suo lavoro... per lui iniziava una giornata di riposo e quiete. Almeno fino alla prossima notte. Almeno fino al prossimo segnale.

Ora aveva solo voglia di una coppa di caldo vino speziato. Qualcosa per corroborare la carne e rilasare la mente... e cosi si diresse verso la più vicina taverna.

Fu li che incontrò la vecchia.

Era seduta ai bordi della strada, su un vecchio ceppo, più antico di lei, per quanto sembrasse improbabile. Era li, come seduta su un trono, come in attesa di qualcosa o di qualcuno. In futuro l'uomo avrebbe più volte ripensato a quell'evento come a qualcosa di predestinato. Non fortuito...

Le passo accanto, registro la sua presenza per il semplice fatto che era l'unico essere vivente fermo nel freddo del mattino, immerso in un fiume di persone affaccendate che cercavano di giungere il più rapidamente possibile al caldo.

La vecchia invece era li, ferma. Come una statua. Una statua antica che si animò al suo passaggio e con una voce ferma e decisa attirò la sua attenzione "Ragazzo! Tu, ragazzo! Fermati! Ho qualcosa per te!" e fece per alzarsi... Boltag, erano almeno 20 anni che nessuno lo chiamava più ragazzo, le si avvicinò con fare circospetto. Non si fidava di nessuno. Mai.

"Si, dico a te! Non avrai certo paura di una vecchia donna? Avvicinati!". E cosi fu, Boltag le si avvicinò, anche solo per evitarsi il triste spettacolo di quella donna che cercava di alzarsi mentre cercava al contempo di evitare di essere notato. Cosa ardua, se la donna continuava a gridare in quel modo.

Quando le fu sufficientemente vicino, Boltag venne afferrato dall vecchia. E la sua presa non era per nulla debole ne incerta. Tutt'altro. "Ti ho sognato, ragazzo. Sono giorni che ti aspetto. Qui al freddo. Sono giorni che aspetto di vedere arrivare uno straniero con un mantello degli elfi e il capo calvo. Sono giorni che aspetto al freddo di vedere arrivare un cercatore la cui anima è nera come la pece." e le ultime parole le uscirono come un sibilo. Come una maledizione sputata ai suoi piedi. Boltag cercò di ritrarsi ma la vecchia si stringeva a lui con una forza innaturale. "Lei sa che la stai cercando. E ride di te. Dice che ti aspetterà. Si chiede, metre si prende gioco di te, se ti è piaciuto uccidere tua moglie". L'uomo fu pietrificato da queste ultime parole. Fu pietrificato e agì d'impulso, spingendo lontano da se quella vecchi arpia. E la donne barcollando cadde all'indietro sul suo trono di legno ghiacciato. Boltag la fissava taggelato mentre lentamente e inconsapevolmente stava estraendo la sua nera lama. Poi una voce risuonò calda e confortevole nella sua mente "Non qui, amore, non qui. Non immezzo alla gente. Ti vedranno..." E tanto fu sufficiente all'uomo per riacquistare la ragione e nascondere nuovamente la sua arma. La vecchia sembrava non notarlo neppure... con lo sguardo cieco perso nel vuoto e oscillando sul suo scranno ripeteva in una canilena idiota "lei sa lei sa lei sa lei sa..:".

Boltag perse ogni desiderio di vino e di calore. E senza voltare le spalle a quella vecchia pazza, scappò lontano.





Una dopo l'altra attraverseranno i cancelli della morte

Era notte
Era sempre notte nell'anima di quell'uomo. Ed amava muoversi nell'oscurità. Come un segugio aveva seguito fremente le sue tracce. Le seguiva da quasi un anno ormai. Ovunque andava lei lui la seguiva. Come un fedele amante. Come un'ombra. Ma non era il suo amante. Ne la sua ombra. Era il suo cacciatore. L'uomo si era mosso per molte terre e molti luoghi, sempre seguendo il suo istinto e le tracce che lei si lasciava alle spalle. Ogni volta puntuale e preciso. Ogni volta, come il rituale sorgere del sole ed il conseguente calare delle tenebre. La dove lei andava, lui giungeva. La dove lei veniva vista lui accorreva.
Fedele al suo voto. Fedele al suo inseguimento, cosi come al desiderio incontrollabile di porre vite all'esistenza di quella... donna.

Fuori la notte era fredda. Li al Nord il cielo diventava come pece molto rapidamente. Le giornate erano corte e fredde, taglienti come le lame di un assassino... oscure nella loro morsa di ghiaccio.

La neve sofficie era caduta per giorni, era un gioco da ragazzi seguire le tracce della donna su quel candido manto... non aveva avuto nessun problema a trovare la sua abitazione.  Ora la scrutava dalla finestra e... per un attimo un brivido di morte gli gelò il sangue. E subito la  voce di suo Padre lo ammonì "Non guardarle gli occhi. Non cadere nella trappola di quel mostro. Non puoi permetterlo!".

Boltag non aveva dubbi, era lei, si muoveva come lei. Agli occhi di un profano poteva sembrare una comune ragazza umana, di un comune villaggio umano... sperduto nel bianco di un territorio freddo e ostile. Ma lui sapeva. Lui sapeva. Riconosceva i gesti di lei, il modo in cui si muoveva. Riconosceva i capelli di un biondo intenso. Gli abiti comuni. I gesti incerti. Tutto di lei era per lui... ovvio. E scontato. Lei era il mostro che stava cercando. Lo sapeva... e ancor di più lo sentiva. Ogni goccia del suo sangue lo... sentiva.

Trattenne l'impazienza. "L'impazienza è il tuo vero nemico ragazzo!", suo Padre glielo aveva ripetuto cosi tante volte... e il ragazzo era divenuto un uomo. E l'uomo aveva imparato l'arte segreta della pazienza e della tattica. Della logica fredda e pragmatica. Non c'era spazio per le esitazioni. Non c'era spazio per i dubbi. Lui sapeva. E doveva agire.

E cosi fu. Attese che anche l'ultima candela della casa fosse spenta. E poi compì la sua missione. In pochi, lunghissimi minuti, entrò nell'abitazione. Trovo la donna nel suo letto. E gli tolse la vita...

Mentre usciva nuovamente nel freddo del bosco e riponeva una ciocca dei biondi capelli nel suo scrigno dei ricordi non potè non riflettere di quante volte aveva già ucciso quel demone. Quante volte la sua lama nera aveva reciso la gola di quella creatura. Di quante volte ella era morta e poi ricomparsa in qualche sperduto luogo dei Reami. Dal caldo Sud al gelido impenetrabile Nord, Boltaga aveva viaggiato e colto vite. E per ogni colpo della sua lama un ricordo a riprova del suo voto. Eppure ogni volta Talynda tornava in vita. In qualche oscuro temibile modo ella superava i cancelli della morte per tornare a tormentarlo.

Fissava la sua lama nera, mentre la ripuliva dal sangue di quella creatura... e vi scorse il sorriso di sua moglie. Lei sapeva che il suo uomo non si sarebbe arreso mai. Mai.

giovedì 18 ottobre 2012

Ricordi d'amore e d'orrore

Lei portava un gioiello al collo.
Era un monile di semplice fattura. Un oggetto semplice ma di fattura... ricercata. Forse era un oggetto antico. O forse era semplicemente il collo di lei a renderlo bello.

Lo ricordava nei suoi sogni. Ricordava il modo in cui la pelle di lei metteva in risalto il chiaro metallo con cui era realizzato. Ricordava quell'oggetto.. ricordava come lo aveva ottenuto... ma soprattutto ricordava gli occhi di lei, e lo sguardo che aveva mentre lo indossava. Mentre le mani leggere e delicate chiudevano la catenella dietro la sua nuca. E il modo in cui i capelli di lei si spostavano leggeri. E il sapore dolce del profumo che emanavano nell'aria.

Lei aveva un profumo speciale, era il profumo delle cose giuste... della felicità.

Ricordava i dettagli. Era attento. Faceva parte della sua "arte". Analizzava tutto. Tutto.
E odiava come la sua mente si rifiutasse di demincare ogni piccolo aspetto. Ogni dettaglio. Anche i più sgradevoli.

E non poteva farne a meno.

Ricordava come aveva ritrovato  il corpo di sua moglie. Ricordava il tremore nella sua anima, le membra che perdevano forza. Ricordava lo spettacolo empio che lo attendeva.... e il rumore secco e stridente di qualcosa che si rompeva dentro di se... della sua anima che andava in frantumi, ricordava la sensazione di desolazione e solitudine.. e di orrore per quello che incosapevole aveva fatto.

Ricordava il monile, insanguinato, al collo di lei. Ricordava di averlo preso con se. Ricordava. Ricordava di essere un mostro.


venerdì 12 ottobre 2012

Promessa di morte

Erano mesi ormai che Boltag viaggiava di villaggio in villaggio e di città in città.
Erano passati mesi da quando il suo ultimo corvo era caduto vittima della sua ira... della piú nera frustrazione.
Orokut non era riuscito a trovare il sacerdote... e le sue spie erano ovunque... per giorni l'uomo era caduto vittima dell'apatia e dello sconforto. Poi, all'improvviso sua moglie gli era apparsa.
Lei era morta... lui stesso l'aveva uccisa. Ma lei viveva ancora... in qualche modo lei era ancora con lui, viveva nella nera lama che le aveva tolto la vita.
Boltag era digiuno da giorni quando una voce lo richiamò... proveniva dalla sua lama, e quando l'uomo la estrasse vide per un istante il volto della sua sposa, e lo sguardo dei suoi occhi... lo sguardo dolce che lei usava per rassicurarlo... lo sguardo con cui lei gli dava il suo appoggio... e quello sguardo fu accompagnato da una voce ferma "Vai e trovalo... Trovali Tutti! Fallo per me, per noi!"
E mentre le lacrime solcavano il suo volto, Boltag promise! E fu immerso nella bruma, nera, densa... portatrice di morte.
Erano mesi che l'uomo viaggiava di città in città. Di tempio in tempio. Lasciando dietro di se solo cadaveri...cadaveri che un tempo erano sacerdoti come Fratello Cashlin.
Boltag manteneva ogni sua promessa.

giovedì 11 ottobre 2012

Ticchettii nella bruma

Ticchettii
Sommessi
Una serie di piccoli leggeri ticchettii riempivano il silenzio intorno a lui.
Era buio.
La sua mente, solitamente acuta, sembrava torbida... avvolta in una bruma buia...

La bruma. Come quella sera. Erano passati mesi ormai eppure la bruma tornava e lo avvolgeva.

Ticchettii, ancora.

L'uomo aprii gli occhi e vide cosa lo stava disturbando. Era uno dei suoi corvi. Li riconosceva, il laccio rosso alla zampa destra. Era li che veniva vissata la missiva che i furbi neri messaggeri portavano.

Sventura. I corvi portano sventure... Sua madre non li sopportava. Odiava i corvi di Horas... ogni volta che un corvo arrivava, con il suo laccetto rosso e la sua missiva, il padre dell'uomo se ne doveva andare. E tornava dopo giorni. Settimane.... e sua madre piangeva.

Ma erano passati cosi tanti anni ormai. La madre era polvere. Horas era polvere e i suoi corvi morti. Ora erano i corvi di Boltag. E non c'era più nessuno a piangere Boltag. Ne a ridere con lui. C'era solo la bruma e la lama. E la lama urgeva una vendetta.

Boltag si alzo dal suo giaciglio. Il corvo era giunto fino a lui. Erano animali furbi. Indubbiamente. Picchiettava su un legno poco distante dalla sua testa. Lo voleva svegliare. Esigeva la sua attenzione. Maledetto, dannato corvo! Era stato uno dei suoi fratelli a svegliarlo il giorno seguente al suo incontro con Talinda. Lo aveva svegliato da un torpore... inumano.. e Boltag era tornato in un mondo privo di vita, circondato dal sangue... senza più nessuno per cui valesse la pena vivere. Senza nessuno che potesse gettare luce su di lui per disperdere la nera bruma che riempiva la sua anima.

Il tichettio si fermo. Gli occhi neri dell'animale erano fissati su quelli verdi dell'uomo. Come a volergli mettere fretta il corvo fece un passo avanti. E gracchio. Scocciato.

Boltag allungo una mano e prese il messaggio. Lo lesse. E comprese l'urgenza. Il suo vecchio "amico", Orokut, gli mandava notizie del sacerdote...

Il messaggio era chiaro. Scritto nell'incerto tratto del mezz'orco. "Sparito". Laconico, spegneva ogni speranza .. Rapido Boltag afferrò il corvo. Gridò tutto il suo dolore mentre, stringendo la mano poneva fine a quello sventurato messaggero di dolore.


lunedì 8 ottobre 2012

Vecchi insegnamenti e la bellezza di una lama nera

"Devi stare attento"
"Sii preciso"
"Non dare nulla per scontato"
"Non ti fidare"
"Impara a mentire, anche quando non serve, anche a te stesso!"

La voce del suo maestro, di suo padre, rieccheggiava nella testa di Boltag come una cantilena infinita. Decine di consigli, di massime, di precauzioni. Migliaia di parole che il padre aveva speso per cercare di dare ad un giovane un pò strano, gli strumenti per sopravvivere.

"Anche io ero come te figliolo, anche io sentivo una voce che incurante di ogni precauzione blaterava insistente e mi chiedeva di fare cose... pericolose". Boltag non sempre capiva a cosa si riferisse suo padre. Lui non sentiva voci. Non sentiva pulsioni ad agire in modo avventato.

Boltag, fin da ragazzo, amava le cose precise. Lineari. Non apprezzava la confusione ne le azioni impulsive. Era metodico. Ma ben presto capì che, a modo suo, il padre stava cercando di proteggerlo. Da cosa?
Da se stesso. Dal piacere sottile che il ragazzo percepiva ogni volta che impugnava un coltello.

Era stregato dal senso di serenità ed appartenenza che le lama gli trasmettevano. Più di tutte la nera lama che suo padre stava gettando e che lui aveva salvato.

Una lama nera e speciale, che non poteva andare perduta. Una lama cosi affilata da tagliare al solo guardarla... La sua lama speciale, e lei si.. a volte sussurrava parole di incoraggiamento.

Ma Boltag era svelto a imparare. E presto giunse alla conclusione che mentire semplificava i rapporti con tutti.Anche con suo padre. Così non svelò mai il segreto della lama nera. Ne deluse il padre. Imparò a mentire cosi bene che anche il vecchio Horas ormai stanco morì sereno convinto di aver dato al figlio tutte le nozioni che lo avrebbero salvato. Così morì Mastro Horas. Senza mai conoscere chi davverò fosse suo figlio Boltag. Ma a Boltag questo poco importava... Lui sapeva bene chi era e cosa fosse in grado di fare.

sabato 6 ottobre 2012

La casa sull'albero

Boltag non aveva mai avuto una particolare affinità con gli elfi. Trovava gli individui di quella razza troppo frivoli ed emotivi. Non sopportava il loro atteggiamento di superiorità ne la flemma con cui molti di loro affrontavano la vita.
Ma ora stava inseguendo un nemico. Non solo era un'elfa... era l'elfa che gli aveva sottratto il sacerdote.

Aveva impiegato settimane per ritrovarne le tracce, aveva dovuto riscuotere debiti del passato e stringere qualche scomoda alleanza ma ne era valsa la pena. Ora sapeva chi era, sapeva il suo nome e sapeva dove viveva. Loralint non aveva scampo.

L'elfa viveva nel fitto della foresta maledetta. Viveva protetta da quegli alberi. Viveva in un posto il cui passaggio era proibito ad un umano. Ma Boltag aveva amici. E una cosa positiva degli elfi è il fatto che si ricordano dei propri debiti. Lord Salinther non gli aveva negato il suo aiuto, fornendogli un lascia-passare ed uno strano mantello dalle proprietà magiche. Fu grazie a questo oggetto che potè muoversi nascosto tra le ombre della foresta e giungere indisturbato fino alla dimora della donna.

Era una casa modesta. Chiaramente costruita dal popolo elfico, arroccata ma elegante sulla cima di un grande albero secolare. Boltag osservò stupito quell'ardita opera dell'ingegno elfico. Ma lo stupore durò ben poco, sostituito presto dall'istinto del predatore e... dalla folle sete di vendetta.

Sapeva che gli elfi vedevano perfettamente nell'oscurità. Sapeva di avere poche speranze se non sfruttando il fattore sorpresa. E decise di attendere paziente. Il sole calò, e giunse la luna. E con la luna Loralint lasciò la sua dimora.

Era il momento di agire.

L'emotività di Boltag si spense, e la razionale macchina fatta di logica e pragmatismo ne prese il posto. Raggiunta con facilità la casa non fu per lui un problema introdursi all'interno. L'elfa, cosi sicura di se, non aveva predisposto che una labile protezione contro gli intrusi. Per l'uomo fu solo un piccolo esercizio di stile liberarsi della serratura e della trappola che proteggeva l'ingresso. Ma fu dopo che qualcosa di non previsto accadde. La casa non era vuoto. Sentiva il rumore di qualcuno provenire dall'interno.

Loralint torno alcune ore dopo. Si accorse subito che qualcosa non andava ed estrasse la sua arma. Ma Boltag non aspettava che questo momento da settimane. Si era nascosto nell'ombra, protetto dal mantello donatogli dal suo vecchio cliente... un giovane elfo che aveva aiutato a succedere al vecchio padre. E nell'istante stesso in cui l'elfa estrasse la spada l'uomo la trafisse, affondando con estrema precisione e crudeltà la lama nera nell'incavo tra collo e spalla. Giù, spinse giù con forza ed il pugnale penetrò con facilità la tenera carne del nemico. Ci fu solo un gorgoglio, ed il rumore della spada di lei che cadeva al suolo. Boltag girò la lama nella ferita, dilaniandone la carne. Loralint era in ginocchio, colpita a morte... soffocando letteralmente nel proprio sangue cercava di parlare. Ma Boltag non era interessato alle parole del suo nemico. Era li per portare a termine un lavoro e lo avrebbe fatto con la precisione e la maestria che era il suo marchio.

Estrasse la lama e con un calcio fece girare l'elfa, voleva guardarla in faccia. E vide occhi pieni di stupore e di angoscia. Non si aspettava certo di vedere lui nella sua dimora. Boltag fulmineo calò su di lei e l'afferrò per i capelli, la lama baciò il collo di lei e fu pronta a porre fine alla sua inutile, dannosa, vita. Ma le ultime parole della guerriera lo fermarono... "... mia... figlia... cosa....le... farai.:."
"Niente. Sono qui per te. Di lei non mi importa nulla". E la lama finì ciò che l'uomo aveva iniziato. Rapida. Mortale.

Ma il rumore del combattimento, per quanto rapido, fu sufficiente a svegliare la bambina. Che ora, da pochi metri fissava terrorizzata l'uomo, chino su sua madre, che le recideva la gola con una lama nera.

Boltag alzò il capo e vide la bambina. Le sorrise. Un sorriso buono e gentile e con voce calma aggiunse "Torna a dormire piccola. Domani sarà un giorno lungo e difficile".

Lithyen, questo era il suo nome, lo guardava con occhi gonfi di lacrime e paura. Se fosse stata umana avrebbe avuto 8, 10 anni al massimo. Le sue labbra tremavano di paura. E di rabbia, Boltag sapeva riconoscere le emozioni. L'uomo le si avvicinò e con fare paterno l'accompagnò nell'altra camera. La mise a dormire come milla volte aveva fatto con i suoi figli quando, spaventati da un incubo, correvano da lui. Restò con lei fino a farla calmare e addormentare. E Lithyen gli promise che avrebbe vendicato la madre. Lui sorrise all'idea. Sarebbe stato un uomo vecchio e moribondo quando la piccola elfa avrebbe potuto brandire un'arma per cercarlo.

Lasciò la figlia del suo nemico addormentarsi nel terrore. E tornò da Loralint portandosi appresso una coperta. Voleva prendere un ricordo. Le taglio una giocca dei biondi capelli... coprì il corpo e lasciò la casa... felice.

giovedì 4 ottobre 2012

Un affare e una moneta di platino

Erano passati pochi anni dalla morte del Padre. Il ragazzo, aveva ereditato l'attività paterna, viveva da solo in una radura, poco oltre l'interno del bosco, nella stessa casa dove era nato. A pochi metri dal suo laboratorio e dalla tomba dei genitori. Un'ora di cammino svelto lo separava dalla cittadina più vicina.
Poche persone si avventuravano fino alla sua dimora. Molti invece apprezzavano i suoi prodotti, le sue pelli e la carne che vendeva nei mercati dei villaggi della zona.

A volte riceveva delle lettere. O meglio, il Padre riceveva delle lettere. Lettere senza nomi e ricche di descrizioni. Lettere con richieste... particolari. Lavori speciali, da eseguire su misura. Lavori per cui il Padre era famoso e apprezzato. Si era sempre chiesto come i corvi trovassero sempre la sua dimora. Ma forse esistevano persone che si preoccupavano di addestrare quegli animali per quello scopo specifico.

Presto avrebbe scoperto che era proprio così. Presto sarebbe diventato una di quelle persone. E in un futuro oscuro che ora non poteva neppure immaginare, un nero corvo lo avrebbe risvegliato in un incubo senza fine.

In uno dei suoi viaggi a Myratma, doveva consegnare un lavoro speciale, la sua vita cambiò.

Boltag era sempre stato un ragazzo chiuso, riservato. I genitori lo avevano cresciuto in un relativo isolamento nella casa nel bosco. E il ragazzo non si fidava degli estranei. Ne amava aver troppo a che fare con loro. Horas, suo padre, gli aveva insegnato le regole della vita civile. Aveva insistito molto perchè il giovane riluttante Boltag apprendesse i costumi e le consuetudini della gente di città. Insegno al figlio a mentire. A indossare maschere. A rendere felici le donne. E, come amava ripetere Horas, a stare lontano dai guai.

Beh, fu proprio a Myratmar, la città sul mare con i suoi odori di porto e di mercato che la corazza del giovane Boltag fu incrinata quel tanto che basta da mostrare al ragazzo la prospettiva di essere uomo.

Era giunto di buon ora alla città. Portava con se alcune pelli e del cuoio per il mercato. Cerco una locanda, pago per un pasto caldo ed un letto asciutto. E durante la seconda notte usci per trovare il suo cliente, il suo vero cliente.

Era un importatore di frutta dalle terre più a sud. E aveva bisogno dell'aiuto di Boltag per una importante trattativa commerciale. Un rivale non voleva accettare di dividere i profitti di un grosso affare. Boltag aveva imparato dal Padre l'importanza della diplomazia, e di come fosse difficile stringere accordi commerciali dopo che un pugnale ti aveva perforato il cuore.

Non fu per lui difficile raggiungere la dimora dell'ostinato affarista. Più arduo fu superare le guardie senza commettere errori. Ma giunse, a notte ormai fonda, nella stanza da letto di un vecchio mercante. Decise che non era saggio usare il pugnale. Il grosso comodo cuscino dell'uomo sarebbe stato sufficiente a dargli il riposo eterno. E cosi fu. Silenzioso. Efficacie. Pulito. Il genere di lavoro che Boltag amava portare a segno,

Mentre usciva dalla stanza notò su di un mobile alcune monete di platino. Ne prese una. Solo una. Non era un ladro ma amava... i ricordi. Forse fu proprio per questo suo attardarsi che la incontrò, Forse fu il destino.
Sta di fatto che mentre lui, nascosto tra le ombre della grande casa, lasciava la dimora  ella si aggingeva ad iniziare le sue attività di sguattera e servetta. Lui la trovò incantevole. Più giovane di lui, graziosa ed esotica con la pelle abbronzata ed i cappeli neri e lunghi. Per un attimo incrocià lo sguardo di lei. Era nascosto e al sicuro e la giovane non lo notò neppure. Al contrario Boltag fu vittima di quello sguardo.

Scappò. Ma non troppo lontano. Il giorno dopo lei avrebbe perso il lavoro. E lui aveva perso il suo cuore...

mercoledì 3 ottobre 2012

Agguati, chierici dal passato... e prudenza




Eleint, giorno 28 1372DR

I guai questa volta sono iniziati prima di giungere alla città. Il viaggio verso Starmantle è stato molto tranquillo. Tutto molto semplice... fino all'ultimo giorno.

Eravamo a poche ore dalla sue mura quando, ancora una volta come un gruppo di pivelli, siamo caduti in una imboscata. E questa volta abbiamo rischiato. O meglio... hanno rischiato.

Ho fato tesoro dell'esperienza passata... non posso e non voglio fidarmi dei miei compatni... non li sento tali. E mi chiedo se mai li sentirrò. Ho forti dubbi in merito. Mia moglie non mi parla da giorni, e questo mi rattrista. Sono ormai 25 giorni che viggio con queste persone, e non ho nessuna intenzione di dare loro l'occasione di mettermi in pericolo.

Da quando siamo stati aggrediti poco fuori dalle mura della città nulla è andato come doveva. L'elfa è praticamente morta durante il combattimento. L'orco l'avrebbe uccisa, involontariamente credo, se non fossi intervenuto per fermarlo. Speravo fosse il paladino a prendersi cura di lei, ma oggi mi ha stupito.... Dopo avermi, senza motivo alcuno, accusato di essere un assassino per la morte di quella stupida donna, oggi ha trafitto al cuore un uomo inerme mentre Calypso cercava di interrogarlo. Il fiotto di sangue che lo ha investito ha praticamente bloccato quell'uomo.


E cosi ho dovuto sprecare parte delle mie risorse curative per salvare dalla morte l'elfa. inquietante. Ma è stata una mossa saggia... ora il paladino si sente in debito, ho mostrato a Calypso che so agire per il bene del gruppo e... beh, l'elfa non lo vuole ammetere ma ha un debito, un grosso debito, con me. E io so riscuotere i miei debiti...

Come se non bastasse all'arrivo in città quella lingua lunga di Calypso si è messa nei guai, e nonostante l'intervento mio e del paladino lei e l'orco sono stati portati via. E noi scortati in questa locanda. Le guardie hanno dichiarato che li avrebbero riaccompagnati qui... vedremo Forse il nostro gruppo si scioglierà ancora prima di formarsi. Le guardie che ci scortano sono a pochi metri da me, l'elfa e il paladino spariti al piano superiore... meglio cercare di ottenere delle informazioni...


Sono nuovamente solo. La testa mi scoppia. Non è possibile! Gli dei si prendono gioco di me... Gli eventi, in qualche modo sono precipitati. Devo assolutamente riflettere con calma. Devo controllarmi...

Calypso è stata una sciocca. Ha rischiato di mettere tutti noi in pericolo. Ma la capisco. Per certi versi siamo un inutile fardello... Ma deve capire che l'orco è invaghito di lei... e agirà in modo stupido pur di proteggerla. Sciocco bestione. Lei... lei è una donna fuori dalla portata di quel barbaro ripulito. 

Ma non averli attorno mi ha permesso di muovermi liberamente e sono riuscito ad ottenere delle informazioni dall'oste. E cosi ha fatto anche il paladino... mi ha stupito. A suo modo sa muoversi quando deve. 

Eppure facevo bene a non fidarmi di lui, dei suoi sogni e della sua stupida paura di sporcarsi. Lui e l'elfa hanno vuotato il sacco. Entrambi sono vittime, o almeno cosi vogliono farmi credere. Non sono uno stupido. Sanno qualcosa e cercano di ingannarmi. Forse sono in combutta... forse... sono alleati di Talinda. Sanno dove trovarla... agiscono per conto di quella creatura... devo tenere gli occhi aperti.

Sta di fatto che sembrano fidarsi o volersi fidare. Sembrano credere nella necessità di creare un gruppo per sopravvivere. Hanno parlato di chierici... e ho perso il controllo. Entrambi hanno parlato di sacerdoti coinvolti nelle loro sfortune. Ma nessuno di loro conosce Cashling... nessuno di loro sa la verità. Ma devo fare attenzione. Assolutamente. Oggi ho rischiato. Non posso fidarmi di loro...

E di Calypso? Posso fidarmi di lei? L'avevo messa in guardia sull'elfa. Non credo mi abbia dato ascolto. E oggi l'elfa le ha mostrato la sua arroganza. E la sua malignità. L'ha accusata di aver lasciato morire il suo vecchio equipaggio... Forse ora il Capitano aprirà gli occhi? Devo pensare ad un modo per renderle più... chiara... la verità. Posso aiutarla... devo?

Credo di si. Si è dimostrata impulsiva... ma utile. Senza Capitano rischiamo di essere un vascello in balia delle onde. Apprezzerebbe questa metafora.

Le parlerò. Presto... Forse al porto, alla ricerca dell'ombra che prospera nel buio... comincio ad apprezzare questa città.

lunedì 1 ottobre 2012

Uno scrigno per i tuoi ricordi

Era una giornata serena. E Boltag amava lavorare all'aperto. Amava la quiete e la dolce serenità che il lavoro manuale gli trasmetteva. Il comune lavoro manuale era spesso, per lui, una cura, un balsamo per l'irrequietezza del suo spirito.
Ma ora non funzionava. Ora non bastavano i lenti e ritmici movimenti delle sue mani sulle carcasse degli animali cacciati. Non bastava il rumore delle pelli mentre le tirava nei telai ne l'odore forte del cuoio e del tannino. Qualcosa lo turbava nel profondo.
Odiava questa sensazione. Odiava quel tarlo subdolo che gli smuoveva l'animo e portava la sua mente in luoghi remoti che non amava visitare.

Eppure erano giorni. dall'incontro con Padre Cashlin, che era vittima di queste emozioni sgradevoli. Con una scusa aveva allontanato sua moglie Cathline con Salynda e i piccoli Luke e Cynthia. Erano dalla madre di lei, lontani alcuni giorni per lasciargli il tempo di pensare. E, sperava, di scacciare l'ombra scura che si stava addensando nella sua anima.

Domani sarebbero tornati, aveva poco tempo lo sapeva. E al tempo stesso bramava il momento in cui Cathline sarebbe rientrata e con un solo sguardo avrebbe curato le sue ferite. Ora però doveva capire cosa lo stava ossessionando.

Suo padre gli aveva insegnato molti trucchi. Molti modi per ingannare la sua mente, fin troppo attenta ai dettagli. Con uno sguardo rapido si assicurò di non avere visitatori indesiderati nei dintorni. Poi rapido si diresse verso il suo laboratorio.
Un altro controllo, meglio essere cauti (altro insegnamento del padre... controlla sempre, due volte se necessario), e poi estrasse il fagotto con lo scrigno dal suo nascondiglio.

I suoi ricordi erano in quella scatola di legno. La scatola stessa era stata il primo ricordo... Accarezzandone l'antica superficie, i ricchi intarsi amava chiudere gli occhi. E sentire tra le dita il legno reso liscio dagli innumerevoli tocchi di innumerevoli dita nell'arco di secoli. Chiudendo gli occhi e accarezzando la sua scatola dei ricordi Boltag ancora ricordava il suo primo lavoro. Il vecchio elfo. E il suo avido figlio. Fu la prima volta che il ragazzo che sarebbe divenuto Mastro Boltag usò la sua nera lama per quadagnarsi rispetto e denaro.

Erano passati molti anni da quando un giovane Boltag decise di disubbidire al padre e "salvare" una lama dall'oblio. Molti anni erano passati da quando quel giovane rimase orfano della madre e si ritrovò solo con l'uomo che chiamava "padre" e che pensava fosse solo un povero cacciatore.
Horas era si un cacciatore. Ma le sue prede non erano state sempre cervi e cinghiali. E ben presto Boltag se ne rese conto.
Rimasto solo ad occuparsi del figlio, un figlio che fin troppo a fondo aveva ereditato il suo sangue, Horas decise che era finito il tempo delle menzogne. E che, se voleva evitare guai peggiori al figlio, avrebbe dovuto insegnargli le regole invisbili che reggevano i Reami.

"Figliolo, è tempo che tu sappia" esordì in modo franco l'uomo. "Non sei più un bambino ed io sono troppo stanco per giocare con te. E per mentirti. Tua madre mi avrebbe impedito di farti questo discorso, ma gli Dei ce l'hanno portata via, ed è tempo che io ti insegni un mestiere che ti pemetta di riempirti la pancia quando non ci sarò più io".
Boltag non capì quello che il padre intendeva. Da quando aveva 10 anni aiutava il padre nella concia delle pelli. E da quando ne aveva 12 lo aiutava nella caccia... a cosa si riferiva il genitore?

Ben presto gli fu chiaro. Horas era abile con la balestra. Sapeva seguire le tracce degli animali. Sapeva pulirne le carni e prepararne le pelli per farne cuio. Ma più abile ancora era nel piantare quadrelli nel cuore delle persone in cambio di oro. Ancora più abile era nell'affondare la lama di un pugnale nel ventre di un uomo per incassare un compenso. Grande era l'abilità di Horas nel nascondersi nell'ombra per tagliare la gola del passante e ricevere poi un compenso in oro.

E Boltag, riconobbe nel Padre un Maestro. Imparò l'arte della caccia e quella della concia. Imparò l'arte della lama e del silenzio. Dell'astuzia e dell'inganno. E imparò che dentro di se viveva qualcosa di oscuro con una fame insaziabile. Lord Elshin ne fu la prima vittima.

Il Lord viveva in una antica rocca elfica nella parte più fitta dell'antico bosco a nord. Nessuno osava avvicinarsi a quegli alberi secolari. Tanto meno era pensabile penetrare nel cuore di quella foresta per raggiungere la casa del nobile elfo. Ma come tutti i signori, come tutti i nobili di antica stirpe anche Elshin aveva dei vizzi. E dei nemici che ben sapevano come sfruttarli.

Salinther, il figlio maggiore del Lord elfico, era stanco di aspettare che il genitore prendesse la via del mare. Era stanco di attendere che l'ammuffita mummia, cosi chiamava amorevolmente il padre, si degnasse di abdicare in onore del figlio primogenito. E Salinther aveva vissuto a lungo nei regni dell'uomo. Tanto a lungo da aver conosciuto i servigi di Horas. Fu in virtù dei "vecchi" affari che il futuro lord mandò un emissario alla ricerca di Horas. E lo trovò. Vecchio e morente, perchè per gli uomini il tempo passa inclemente mentre appena scalfigge i corpi degli elfi.

Fu il giovane Boltag, figlio di Horas, Mastro nell'arte della caccia e della lavorazione delle pelli che accolse la richiesta del nobile elfo. E con l'aiuto dei fedeli ranger di Lord Elshin colse di sorpresa il vecchio nobile intento ad ammirare la natura incontaminata della sua foresta. Boltag fu rapido, come il padre gli aveva insegnato, fu determinato cosi come un cacciatore deve essere. Fu pragmatico. E letale. E, con un gesto rapido, recise una vita che perdurava da molti secoli. Fu scortato oltre i confini del bosco e gli fu detto che non era per lui saggio farsi rivedere tra quegli alberi se non per preciso invito del nuovo signore, Lord Salinther. Al giovane Boltag poco importava di questo divieto, e rapido percorse le miglia che lo separavano dalla sua abitazione.

Giunto a destinazione trovò la ricompensa promessa, monete di platino in uno scrigno di antica fattura elfica.