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sabato 6 ottobre 2012

La casa sull'albero

Boltag non aveva mai avuto una particolare affinità con gli elfi. Trovava gli individui di quella razza troppo frivoli ed emotivi. Non sopportava il loro atteggiamento di superiorità ne la flemma con cui molti di loro affrontavano la vita.
Ma ora stava inseguendo un nemico. Non solo era un'elfa... era l'elfa che gli aveva sottratto il sacerdote.

Aveva impiegato settimane per ritrovarne le tracce, aveva dovuto riscuotere debiti del passato e stringere qualche scomoda alleanza ma ne era valsa la pena. Ora sapeva chi era, sapeva il suo nome e sapeva dove viveva. Loralint non aveva scampo.

L'elfa viveva nel fitto della foresta maledetta. Viveva protetta da quegli alberi. Viveva in un posto il cui passaggio era proibito ad un umano. Ma Boltag aveva amici. E una cosa positiva degli elfi è il fatto che si ricordano dei propri debiti. Lord Salinther non gli aveva negato il suo aiuto, fornendogli un lascia-passare ed uno strano mantello dalle proprietà magiche. Fu grazie a questo oggetto che potè muoversi nascosto tra le ombre della foresta e giungere indisturbato fino alla dimora della donna.

Era una casa modesta. Chiaramente costruita dal popolo elfico, arroccata ma elegante sulla cima di un grande albero secolare. Boltag osservò stupito quell'ardita opera dell'ingegno elfico. Ma lo stupore durò ben poco, sostituito presto dall'istinto del predatore e... dalla folle sete di vendetta.

Sapeva che gli elfi vedevano perfettamente nell'oscurità. Sapeva di avere poche speranze se non sfruttando il fattore sorpresa. E decise di attendere paziente. Il sole calò, e giunse la luna. E con la luna Loralint lasciò la sua dimora.

Era il momento di agire.

L'emotività di Boltag si spense, e la razionale macchina fatta di logica e pragmatismo ne prese il posto. Raggiunta con facilità la casa non fu per lui un problema introdursi all'interno. L'elfa, cosi sicura di se, non aveva predisposto che una labile protezione contro gli intrusi. Per l'uomo fu solo un piccolo esercizio di stile liberarsi della serratura e della trappola che proteggeva l'ingresso. Ma fu dopo che qualcosa di non previsto accadde. La casa non era vuoto. Sentiva il rumore di qualcuno provenire dall'interno.

Loralint torno alcune ore dopo. Si accorse subito che qualcosa non andava ed estrasse la sua arma. Ma Boltag non aspettava che questo momento da settimane. Si era nascosto nell'ombra, protetto dal mantello donatogli dal suo vecchio cliente... un giovane elfo che aveva aiutato a succedere al vecchio padre. E nell'istante stesso in cui l'elfa estrasse la spada l'uomo la trafisse, affondando con estrema precisione e crudeltà la lama nera nell'incavo tra collo e spalla. Giù, spinse giù con forza ed il pugnale penetrò con facilità la tenera carne del nemico. Ci fu solo un gorgoglio, ed il rumore della spada di lei che cadeva al suolo. Boltag girò la lama nella ferita, dilaniandone la carne. Loralint era in ginocchio, colpita a morte... soffocando letteralmente nel proprio sangue cercava di parlare. Ma Boltag non era interessato alle parole del suo nemico. Era li per portare a termine un lavoro e lo avrebbe fatto con la precisione e la maestria che era il suo marchio.

Estrasse la lama e con un calcio fece girare l'elfa, voleva guardarla in faccia. E vide occhi pieni di stupore e di angoscia. Non si aspettava certo di vedere lui nella sua dimora. Boltag fulmineo calò su di lei e l'afferrò per i capelli, la lama baciò il collo di lei e fu pronta a porre fine alla sua inutile, dannosa, vita. Ma le ultime parole della guerriera lo fermarono... "... mia... figlia... cosa....le... farai.:."
"Niente. Sono qui per te. Di lei non mi importa nulla". E la lama finì ciò che l'uomo aveva iniziato. Rapida. Mortale.

Ma il rumore del combattimento, per quanto rapido, fu sufficiente a svegliare la bambina. Che ora, da pochi metri fissava terrorizzata l'uomo, chino su sua madre, che le recideva la gola con una lama nera.

Boltag alzò il capo e vide la bambina. Le sorrise. Un sorriso buono e gentile e con voce calma aggiunse "Torna a dormire piccola. Domani sarà un giorno lungo e difficile".

Lithyen, questo era il suo nome, lo guardava con occhi gonfi di lacrime e paura. Se fosse stata umana avrebbe avuto 8, 10 anni al massimo. Le sue labbra tremavano di paura. E di rabbia, Boltag sapeva riconoscere le emozioni. L'uomo le si avvicinò e con fare paterno l'accompagnò nell'altra camera. La mise a dormire come milla volte aveva fatto con i suoi figli quando, spaventati da un incubo, correvano da lui. Restò con lei fino a farla calmare e addormentare. E Lithyen gli promise che avrebbe vendicato la madre. Lui sorrise all'idea. Sarebbe stato un uomo vecchio e moribondo quando la piccola elfa avrebbe potuto brandire un'arma per cercarlo.

Lasciò la figlia del suo nemico addormentarsi nel terrore. E tornò da Loralint portandosi appresso una coperta. Voleva prendere un ricordo. Le taglio una giocca dei biondi capelli... coprì il corpo e lasciò la casa... felice.

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