Era una giornata serena. E Boltag amava lavorare all'aperto. Amava la quiete e la dolce serenità che il lavoro manuale gli trasmetteva. Il comune lavoro manuale era spesso, per lui, una cura, un balsamo per l'irrequietezza del suo spirito.
Ma ora non funzionava. Ora non bastavano i lenti e ritmici movimenti delle sue mani sulle carcasse degli animali cacciati. Non bastava il rumore delle pelli mentre le tirava nei telai ne l'odore forte del cuoio e del tannino. Qualcosa lo turbava nel profondo.
Odiava questa sensazione. Odiava quel tarlo subdolo che gli smuoveva l'animo e portava la sua mente in luoghi remoti che non amava visitare.
Eppure erano giorni. dall'incontro con Padre Cashlin, che era vittima di queste emozioni sgradevoli. Con una scusa aveva allontanato sua moglie Cathline con Salynda e i piccoli Luke e Cynthia. Erano dalla madre di lei, lontani alcuni giorni per lasciargli il tempo di pensare. E, sperava, di scacciare l'ombra scura che si stava addensando nella sua anima.
Domani sarebbero tornati, aveva poco tempo lo sapeva. E al tempo stesso bramava il momento in cui Cathline sarebbe rientrata e con un solo sguardo avrebbe curato le sue ferite. Ora però doveva capire cosa lo stava ossessionando.
Suo padre gli aveva insegnato molti trucchi. Molti modi per ingannare la sua mente, fin troppo attenta ai dettagli. Con uno sguardo rapido si assicurò di non avere visitatori indesiderati nei dintorni. Poi rapido si diresse verso il suo laboratorio.
Un altro controllo, meglio essere cauti (altro insegnamento del padre... controlla sempre, due volte se necessario), e poi estrasse il fagotto con lo scrigno dal suo nascondiglio.
I suoi ricordi erano in quella scatola di legno. La scatola stessa era stata il primo ricordo... Accarezzandone l'antica superficie, i ricchi intarsi amava chiudere gli occhi. E sentire tra le dita il legno reso liscio dagli innumerevoli tocchi di innumerevoli dita nell'arco di secoli. Chiudendo gli occhi e accarezzando la sua scatola dei ricordi Boltag ancora ricordava il suo primo lavoro. Il vecchio elfo. E il suo avido figlio. Fu la prima volta che il ragazzo che sarebbe divenuto Mastro Boltag usò la sua nera lama per quadagnarsi rispetto e denaro.
Erano passati molti anni da quando un giovane Boltag decise di disubbidire al padre e "salvare" una lama dall'oblio. Molti anni erano passati da quando quel giovane rimase orfano della madre e si ritrovò solo con l'uomo che chiamava "padre" e che pensava fosse solo un povero cacciatore.
Horas era si un cacciatore. Ma le sue prede non erano state sempre cervi e cinghiali. E ben presto Boltag se ne rese conto.
Rimasto solo ad occuparsi del figlio, un figlio che fin troppo a fondo aveva ereditato il suo sangue, Horas decise che era finito il tempo delle menzogne. E che, se voleva evitare guai peggiori al figlio, avrebbe dovuto insegnargli le regole invisbili che reggevano i Reami.
"Figliolo, è tempo che tu sappia" esordì in modo franco l'uomo. "Non sei più un bambino ed io sono troppo stanco per giocare con te. E per mentirti. Tua madre mi avrebbe impedito di farti questo discorso, ma gli Dei ce l'hanno portata via, ed è tempo che io ti insegni un mestiere che ti pemetta di riempirti la pancia quando non ci sarò più io".
Boltag non capì quello che il padre intendeva. Da quando aveva 10 anni aiutava il padre nella concia delle pelli. E da quando ne aveva 12 lo aiutava nella caccia... a cosa si riferiva il genitore?
Ben presto gli fu chiaro. Horas era abile con la balestra. Sapeva seguire le tracce degli animali. Sapeva pulirne le carni e prepararne le pelli per farne cuio. Ma più abile ancora era nel piantare quadrelli nel cuore delle persone in cambio di oro. Ancora più abile era nell'affondare la lama di un pugnale nel ventre di un uomo per incassare un compenso. Grande era l'abilità di Horas nel nascondersi nell'ombra per tagliare la gola del passante e ricevere poi un compenso in oro.
E Boltag, riconobbe nel Padre un Maestro. Imparò l'arte della caccia e quella della concia. Imparò l'arte della lama e del silenzio. Dell'astuzia e dell'inganno. E imparò che dentro di se viveva qualcosa di oscuro con una fame insaziabile. Lord Elshin ne fu la prima vittima.
Il Lord viveva in una antica rocca elfica nella parte più fitta dell'antico bosco a nord. Nessuno osava avvicinarsi a quegli alberi secolari. Tanto meno era pensabile penetrare nel cuore di quella foresta per raggiungere la casa del nobile elfo. Ma come tutti i signori, come tutti i nobili di antica stirpe anche Elshin aveva dei vizzi. E dei nemici che ben sapevano come sfruttarli.
Salinther, il figlio maggiore del Lord elfico, era stanco di aspettare che il genitore prendesse la via del mare. Era stanco di attendere che l'ammuffita mummia, cosi chiamava amorevolmente il padre, si degnasse di abdicare in onore del figlio primogenito. E Salinther aveva vissuto a lungo nei regni dell'uomo. Tanto a lungo da aver conosciuto i servigi di Horas. Fu in virtù dei "vecchi" affari che il futuro lord mandò un emissario alla ricerca di Horas. E lo trovò. Vecchio e morente, perchè per gli uomini il tempo passa inclemente mentre appena scalfigge i corpi degli elfi.
Fu il giovane Boltag, figlio di Horas, Mastro nell'arte della caccia e della lavorazione delle pelli che accolse la richiesta del nobile elfo. E con l'aiuto dei fedeli ranger di Lord Elshin colse di sorpresa il vecchio nobile intento ad ammirare la natura incontaminata della sua foresta. Boltag fu rapido, come il padre gli aveva insegnato, fu determinato cosi come un cacciatore deve essere. Fu pragmatico. E letale. E, con un gesto rapido, recise una vita che perdurava da molti secoli. Fu scortato oltre i confini del bosco e gli fu detto che non era per lui saggio farsi rivedere tra quegli alberi se non per preciso invito del nuovo signore, Lord Salinther. Al giovane Boltag poco importava di questo divieto, e rapido percorse le miglia che lo separavano dalla sua abitazione.
Giunto a destinazione trovò la ricompensa promessa, monete di platino in uno scrigno di antica fattura elfica.
Ma ora non funzionava. Ora non bastavano i lenti e ritmici movimenti delle sue mani sulle carcasse degli animali cacciati. Non bastava il rumore delle pelli mentre le tirava nei telai ne l'odore forte del cuoio e del tannino. Qualcosa lo turbava nel profondo.
Odiava questa sensazione. Odiava quel tarlo subdolo che gli smuoveva l'animo e portava la sua mente in luoghi remoti che non amava visitare.
Eppure erano giorni. dall'incontro con Padre Cashlin, che era vittima di queste emozioni sgradevoli. Con una scusa aveva allontanato sua moglie Cathline con Salynda e i piccoli Luke e Cynthia. Erano dalla madre di lei, lontani alcuni giorni per lasciargli il tempo di pensare. E, sperava, di scacciare l'ombra scura che si stava addensando nella sua anima.
Domani sarebbero tornati, aveva poco tempo lo sapeva. E al tempo stesso bramava il momento in cui Cathline sarebbe rientrata e con un solo sguardo avrebbe curato le sue ferite. Ora però doveva capire cosa lo stava ossessionando.
Suo padre gli aveva insegnato molti trucchi. Molti modi per ingannare la sua mente, fin troppo attenta ai dettagli. Con uno sguardo rapido si assicurò di non avere visitatori indesiderati nei dintorni. Poi rapido si diresse verso il suo laboratorio.
Un altro controllo, meglio essere cauti (altro insegnamento del padre... controlla sempre, due volte se necessario), e poi estrasse il fagotto con lo scrigno dal suo nascondiglio.
I suoi ricordi erano in quella scatola di legno. La scatola stessa era stata il primo ricordo... Accarezzandone l'antica superficie, i ricchi intarsi amava chiudere gli occhi. E sentire tra le dita il legno reso liscio dagli innumerevoli tocchi di innumerevoli dita nell'arco di secoli. Chiudendo gli occhi e accarezzando la sua scatola dei ricordi Boltag ancora ricordava il suo primo lavoro. Il vecchio elfo. E il suo avido figlio. Fu la prima volta che il ragazzo che sarebbe divenuto Mastro Boltag usò la sua nera lama per quadagnarsi rispetto e denaro.
Erano passati molti anni da quando un giovane Boltag decise di disubbidire al padre e "salvare" una lama dall'oblio. Molti anni erano passati da quando quel giovane rimase orfano della madre e si ritrovò solo con l'uomo che chiamava "padre" e che pensava fosse solo un povero cacciatore.
Horas era si un cacciatore. Ma le sue prede non erano state sempre cervi e cinghiali. E ben presto Boltag se ne rese conto.
Rimasto solo ad occuparsi del figlio, un figlio che fin troppo a fondo aveva ereditato il suo sangue, Horas decise che era finito il tempo delle menzogne. E che, se voleva evitare guai peggiori al figlio, avrebbe dovuto insegnargli le regole invisbili che reggevano i Reami.
"Figliolo, è tempo che tu sappia" esordì in modo franco l'uomo. "Non sei più un bambino ed io sono troppo stanco per giocare con te. E per mentirti. Tua madre mi avrebbe impedito di farti questo discorso, ma gli Dei ce l'hanno portata via, ed è tempo che io ti insegni un mestiere che ti pemetta di riempirti la pancia quando non ci sarò più io".
Boltag non capì quello che il padre intendeva. Da quando aveva 10 anni aiutava il padre nella concia delle pelli. E da quando ne aveva 12 lo aiutava nella caccia... a cosa si riferiva il genitore?
Ben presto gli fu chiaro. Horas era abile con la balestra. Sapeva seguire le tracce degli animali. Sapeva pulirne le carni e prepararne le pelli per farne cuio. Ma più abile ancora era nel piantare quadrelli nel cuore delle persone in cambio di oro. Ancora più abile era nell'affondare la lama di un pugnale nel ventre di un uomo per incassare un compenso. Grande era l'abilità di Horas nel nascondersi nell'ombra per tagliare la gola del passante e ricevere poi un compenso in oro.
E Boltag, riconobbe nel Padre un Maestro. Imparò l'arte della caccia e quella della concia. Imparò l'arte della lama e del silenzio. Dell'astuzia e dell'inganno. E imparò che dentro di se viveva qualcosa di oscuro con una fame insaziabile. Lord Elshin ne fu la prima vittima.
Il Lord viveva in una antica rocca elfica nella parte più fitta dell'antico bosco a nord. Nessuno osava avvicinarsi a quegli alberi secolari. Tanto meno era pensabile penetrare nel cuore di quella foresta per raggiungere la casa del nobile elfo. Ma come tutti i signori, come tutti i nobili di antica stirpe anche Elshin aveva dei vizzi. E dei nemici che ben sapevano come sfruttarli.
Salinther, il figlio maggiore del Lord elfico, era stanco di aspettare che il genitore prendesse la via del mare. Era stanco di attendere che l'ammuffita mummia, cosi chiamava amorevolmente il padre, si degnasse di abdicare in onore del figlio primogenito. E Salinther aveva vissuto a lungo nei regni dell'uomo. Tanto a lungo da aver conosciuto i servigi di Horas. Fu in virtù dei "vecchi" affari che il futuro lord mandò un emissario alla ricerca di Horas. E lo trovò. Vecchio e morente, perchè per gli uomini il tempo passa inclemente mentre appena scalfigge i corpi degli elfi.
Fu il giovane Boltag, figlio di Horas, Mastro nell'arte della caccia e della lavorazione delle pelli che accolse la richiesta del nobile elfo. E con l'aiuto dei fedeli ranger di Lord Elshin colse di sorpresa il vecchio nobile intento ad ammirare la natura incontaminata della sua foresta. Boltag fu rapido, come il padre gli aveva insegnato, fu determinato cosi come un cacciatore deve essere. Fu pragmatico. E letale. E, con un gesto rapido, recise una vita che perdurava da molti secoli. Fu scortato oltre i confini del bosco e gli fu detto che non era per lui saggio farsi rivedere tra quegli alberi se non per preciso invito del nuovo signore, Lord Salinther. Al giovane Boltag poco importava di questo divieto, e rapido percorse le miglia che lo separavano dalla sua abitazione.
Giunto a destinazione trovò la ricompensa promessa, monete di platino in uno scrigno di antica fattura elfica.

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